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Archive for the ‘don Paolo Ricciardi’ Category

Siamo nella regione di Tiro e Sidone, quindi fuori dei confini di Israele. Eppure la fama del Maestro è giunta fino a qui, fino al cuore di una madre disperata perché ha una figlia “tormentata da un demonio”, espressione che sta a significare una grave malattia. La donna è pagana, non sa pregare il Dio d’Israele, ma riconosce in Gesù un salvatore potente. Nella sua disperazione si aggrappa a Lui, certa di non rimanere delusa, diventando immagine di tante persone, in particolare di tante mamme, che gridano a Dio per la salute e la salvezza di un figlio.

Gesù sembra restare indifferente a questo grido. Non le rivolge la parola, tanto che i discepoli stessi intervengono perché Gesù potesse esaudire la donna. Quel silenzio di Gesù in realtà non voleva essere freddezza, insensibilità, ma serviva proprio per stimolare la reazione dei discepoli, probabilmente in difficoltà davanti alla donna, perché era una pagana. Allo stesso modo il silenzio di Dio, in tante situazioni di oggi, a volte è tale perché si alzi la voce dell’uomo. Spesso infatti aspettiamo da Dio cose che possiamo dare noi uomini, come suoi strumenti. Dio non è mai indifferente alla sofferenza e per lui nessuno è straniero. In ogni angolo della terra noi cristiani dovremmo essere il Suo Sguardo, la Sua Mano, il Suo Sostegno. E quante volte non lo siamo.

Il cuore di Gesù già commosso per il dolore di quella donna, si commuove ancor più per la sua fede. Si accontenta di poco, anche di una briciola.

I discepoli avrebbero dovuto ricordare che erano avanzate dodici ceste dei pani offerti dal Signore per cinquemila uomini. Per chi poteva essere tutto quel pane – anche una sola briciola – se non per la vita del mondo?

Siamo noi, ora, Signore, a domandarti una briciola della tua misericordia. E le tue briciole sono sempre grandi. Una “briciola” è l’Ostia che mi doni in questa domenica – rispetto alla tua grandezza – ma so che quella briciola sei Tu, totalmente per me.

Una briciola è il Vangelo di oggi, rispetto a tutte le parole della Bibbia e della creazione, ma è tutta per me, in questa domenica. E mi basta per vivere per sempre.

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L’evento della Trasfigurazione sull’alto monte – anche solo di 600 metri – è una tappa obbligata, grazie a Dio, anche per tutti noi.

Allora proviamo anche noi a salire con i tre scelti da Gesù: Pietro, Giacomo e Giovanni. Essi ancora non sanno cosa la vita riserverà loro, cosa significherà seguire il Signore sino alla fine. Ma avranno, costante, la memoria di quella salita sul Tabor, quando nella notte, loro soli, improvvisamente, mentre Gesù pregava, lo videro risplendente di una Luce finora sconosciuta ai loro occhi. Cosa avranno provato in quel momento? Stupore, timore, incomprensione, gioia, meraviglia…

Gesù si illumina di Immenso e chiama accanto a sé Mosè ed Elia, anch’essi famosi per via del fuoco. Il primo, già anziano, era stato attratto dal fuoco del roveto ardente e aveva da lì iniziato una nuova vita in Dio. l’altro, al termine della sua vita, viene rapito in cielo su un carro di fuoco. Chissà, forse anche loro due si saranno commossi profondamente a quell’incontro. Mi piace pensare di vedere negli occhi di Mosè il roveto ardente; negli occhi di Elia il fuoco che lo porta in cielo. Entrambi, poi, avevano dimestichezza con i monti: l’Oreb, il Sinai, il Carmelo.

Mancava loro il Tabor.

I discepoli, invece, non conoscevano i monti.

Gesù aveva chiamato i discepoli scendendo al loro livello, quello del Mare di Tiberiade. Ora li fa salire al suo livello. Dio sembra preferire i monti al mare. Il mare nel vangelo appare spesso nemico, in tempesta o infruttuoso, improvvisamente privo di pesci. Il monte è invece sempre luogo di incontri, di discorsi profondi, di desiderio di Cielo.

I pescatori, abituati al mare, ora salgono il monte… Ora vedono quella luce. Loro tre scorgono altri tre che parlano, senza comprendere di cosa. E noi sappiamo che parlavano della passione.

Ma, soprattutto, sono affascinati da quella Luce. Illuminarsi, trasfigurare, è proprio di chi ama.

Gesù, la nostra vita, arde d’amore e si illumina. E ci illumina.

Pietro, che solo una settimana prima aveva professato la sua fede nel Cristo, Figlio del Dio vivente, si fa di nuovo portavoce degli altri: “è bello per noi essere qui! Facciamo tre tende!”. Ma Pietro non sa che non è ancora il tempo per fermarsi. Ecco allora la nube dello Spirito, la voce del Padre e l’invito, eco del giorno del battesimo al Giordano: “Questi è il mio Figlio, il prediletto: Ascoltatelo”. E poi… di nuovo, tutto come prima. Niente più quella Luce, non c’è Mosè, non c’è Elia. Va via la nube, non si sente una voce. Gesù solo con loro.  Un giorno i tre avranno capito che questa era stata la più grande Grazia: avere Gesù solo con loro.

Il mistero della Trasfigurazione è per i discepoli una preparazione al mistero della “Sfigurazione”. Gesù che sale il Tabor salirà un giorno, non molto lontano, il Calvario. Accanto a Lui non saranno più Mosè ed Elia, ma due ladroni. Non ci sarà più la Luce, ma il buio. Non più la Voce del Padre, ma il Suo silenzio.

Allora sarà veramente Amore consumato per il bene dell’umanità.

I discepoli avrebbero dovuto scorgere dietro la Croce la Luce dell’Amore. Ma, quando arriverà il momento della croce, non capiranno ancora.

Dei tre ne rimarrà uno solo, Giovanni.

Avranno tutti bisogno di una nuova Luce, di una nuova Alba, del nuovo Giorno della Resurrezione. E allora comprenderanno tutto, anche se ancora poco a poco.

E noi? A volte ci capita di vivere momenti di Tabor… Quando, ad esempio, sperimentiamo un tempo di deserto, di preghiera, di ritiro. Ci capita, sì, di stare sul monte, di contemplare la Luce, di ascoltare la Voce. E diciamo – o pensiamo –: “è bello essere qui”.

Ma il più delle volte siamo chiamati a scendere dal monte, ad essere a terra, a scontrarci con le difficoltà e il buio della vita di ogni giorno. Un buio fuori e spesso dentro di noi.

Ed è lì che siamo chiamati al salto nella fede: vedere il Trasfigurato nello Sfigurato, ossia trasfigurare la nostra realtà, osservare bene, con gli occhi di Dio, la Luce che c’è sempre. Forse nascosta, offuscata, ma c’è. Anche nel dolore più assurdo e impensato. E questa Luce ha un nome: la Sua Parola. Ascoltatelo! Dice il Card. Martini:

“Ascoltatelo significa “imitatelo”, fate come ha fatto lui, prendete a modello la sua esistenza storica; non semplicemente “il Signore, il Signore”, ma questo Gesù delle beatitudini, del perdono, della povertà, dell’umiliazione, della mitezza”.

L’ascolto ci invita alla carità. L’ascolto ci invita a scendere dal Monte per servire l’uomo sulla terra. Pietro non deve rimanere lì, anche se è bello. Deve scendere. E noi con lui, lì dove non vediamo più la luce, anzi, dove a volte ci sembra di essere immersi nell’oscurità. Ma è lì, anzi qui, in questa vita quotidiana, che noi possiamo trasfigurare la realtà, guardandola non con la luce dei nostri occhi, ma sotto la luce di Dio. E se non ci è possibile vederla, questa Luce, potremmo – nell’ascolto di Gesù – almeno intra-vederla.

Sì, questa Luce l’intra-vediamo negli occhi di un malato grave, ma forte nella fede. La intra-vediamo in tante persone impegnate per il bene degli altri, senza voler ottenere nulla in cambio. La intra-vediamo nelle comunità dove si respira la bellezza di credere in Gesù.

La intra-vediamo ogni volta che, pur nelle nostre mani di peccatori, il Signore sceglie di essere preso da noi nel Pane dell’Eucarestia.

La intra-vediamo quando il buio del peccato fugge davanti al Sole della Grazia.

La intra-vediamo ora, certi che un giorno vedremo Dio in tutta la Sua Luce, in tutta la Sua Gloria, in tutto il Suo Amore. E allora potremo finalmente dire: è bello per noi essere qui.

E Lui ci dirà: saremo qui per sempre.

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Oggi, Domenica delle Palme, siamo stati chiamati a rivivere spiritualmente l’ingresso di Gesù in Gerusalemme, acclamato come il re d’Israele, che viene nel nome del Signore. Questa gloria di Cristo Re è oggi però solo preannunciata, in quanto deve passare attraverso la passione, come abbiamo appena ascoltato, nel racconto che ci fa il vangelo di Matteo, dall’istituzione dell’eucaristia fino alla sepoltura.

Ancora una volta in questo giorno ci siamo fatti attenti, immaginando le scene, non senza una attenzione rispettosa e una profonda commozione.

Ancora una volta siamo qui, all’inizio della Settimana Santa, con il peso delle nostre vite, pensieri, preoccupazioni, sofferenze, gioie, attese, speranze, desideri. E i nostri sguardi vanno verso la Croce.

In tutto il racconto della Passione Gesù sembra attratto dalla croce. Il suo passo lento verso il Calvario è in realtà una corsa del cuore verso quell’Innalzamento. E noi ne siamo turbati, entrando in scena in questa passione un po’ come la moglie di Pilato – di cui ci parla solo Matteo – che dorme agitata a causa di quell’uomo visto nei suoi sogni. Lontani sembrano i sogni di Giuseppe, all’inizio dello stesso vangelo, che sono invece un invito alla serenità e alla fiducia.

Cos’è che tiene in alto Gesù, lì su quel legno? Non la terra, né le pietre, né gli stessi legni o i chiodi. Gesù è tenuto fermo dall’Amore.

Oggi siamo chiamati a fissare questo Amore che dà senza chiedere nulla in cambio.

Non c’è bisogno di troppe parole, se non lasciare spazio a questo silenzio. Silenzio dell’uomo e silenzio di Dio. Il Padre abbandona il Figlio. Solo così Gesù poteva raggiungere l’ultimo posto che può occupare un uomo: non quello di un condannato, di un sofferente, di un escluso, di un disprezzato dagli uomini. Non bastava tutto questo: flagelli, sputi, insulti, chiodi, derisioni, spogliazione. Non era sufficiente per raggiungere l’ultimo posto. Gesù lo ha raggiunto nel momento in cui ha sperimentato l’abbandono di Dio, perché nessun uomo potesse più sperimentarlo, anche nelle sofferenze spirituali e corporali più atroci.

E Gesù, abbandonato da Dio, si abbandona in Dio. Appassionato degli uomini, soffre la passione per condurci a Dio. Da quell’albero di morte, germoglia per noi la Vita. E questa Domenica delle Palme, può essere per noi, con un ramo di ulivo in mano, uno spiraglio di Pace, che ci fa desiderare la Pasqua.–

don Paolo Ricciardi

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“Dio non è vanitoso, ma vuole godersi le cose belle con noi. Io credo che Dio “si arrabbia” se tu, di fronte al colore viola di un campo di fiori, neanche te ne accorgi”.

Queste sono parole pronunciate da Shug, una elegante donna libera, a Celie, una schiava nera, nel mezzo di un bellissimo film del 1985 di Steven Spielberg, chiamato appunto “Il Colore Viola”. Nello strazio e nell’assurdità della vita da schiava, a quella povera ma forte donna viene suggerito di avere uno sguardo che va oltre, che non perde mai la speranza, che desidera solo amore, che arriva al cuore di Dio.

Il colore viola mi fa pensare allora, in questa Quaresima che inizia, non a qualcosa di funereo e cupo, ma a un colore bello, che riempie di vita un campo di fiori. E sarebbe proprio un peccato non accorgersene, passare quaranta giorni come se non ci succedesse niente di nuovo.

Ed ecco che in questa Prima Domenica la liturgia ci porta nel deserto per richiamare l’amore di un tempo, l’amore della giovinezza. Il deserto è il luogo “senza parole” perché possiamo cogliere l’unica Parola che viene da Dio.

In questo deserto c’è un periodo di quaranta giorni necessario per mettere ordine nella nostra vita, per ridare le giuste priorità. E in questo tentativo di crescita umana e spirituale, uniti a Gesù, ci incontriamo con il diavolo, con chi vuole mettere intralcio al progetto di Dio.

La pagina di Genesi 3 ci spiega la dinamica della tentazione. Tutto nasce dall’insinuazione che Dio non sia poi così buono come dice, se ha negato qualcosa all’uomo. La donna si lascia cadere in questo tranello, comincia ad intrattenersi in dialogo con il serpente, fino ad acconsentire al male. Il frutto proibito riduce lei e l’uomo non a diventare Dio, ma a scoprirsi nudi, fragili.

Così è il meccanismo… Le tentazioni capitano a tutti e di tutti i tipi: orgoglio, giudizio, sensualità, gola, ira, avarizia… Ma finché sono tentazioni non fanno male, non sono peccato. È nel momento in cui noi “dialoghiamo” con la tentazione che inizia un combattimento, che può portare alla vittoria o alla sconfitta.

Un esempio comune a cui non diamo troppo peso è quello della “chiacchiera”. Quando incontriamo per strada una persona che inizia a parlarci male di un altro, la tentazione è quella di farci cadere nel giudizio; e, solitamente, dopo un ascolto “compiaciuto”, ci capita di iniziare ad asserire, a “metterci il carico”, a parlar male anche noi di quell’altra persona, spesso per il solo gusto di parlare, non accorgendoci di fare del male e di “innescare” una reazione a catena contro quella persona. Vincere questa tentazione è “tagliar corto”, cambiare argomento, far capire che ci sono cose più importanti da fare e soprattutto aiutare a vedere il bene prima del male e, come dice Gesù, a togliere la trave nel proprio occhio prima di levare la pagliuzza in quello altrui.

Gesù lotta contro la tentazione e vince. E insegna a vincere anche a noi. Le tre tentazioni nel deserto riguardano il “possedere” (“Di’ che queste pietre diventino pane”), “l’apparire” (“gèttati giù”) e “il potere” (“tutte queste cose io ti darò…”), cose che insidiano continuamente la nostra vita. Ma Gesù ci invita a lottare contrapponendo al possedere il donare; all’apparire l’essere; al potere il servire. E ci mostra attraverso il deserto quaresimale le “armi” per combattere il demonio: l’elemosina, la preghiera e il digiuno.

Approfittiamo di questa Quaresima. Accogliamo questo dono che Dio ci fa per purificare il cuore. Allora potremo arrivare alla Pasqua con la gioia di aver sconfitto il demonio, unendoci a Cristo crocifisso e risorto.

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                   Lettera di d. Paolo

a tutta la Comunità di San Carlo in occasione dei trenta anni della consacrazione della nostra chiesa

 22 febbraio 2017

Due mani che spezzano un’ostia.

Le mani hanno simbolicamente il profilo della facciata curva della nostra chiesa; l’ostia spezzata ne richiama invece il soffitto, che apre al cielo, alla luce che illumina la nostra assemblea. La croce dà senso a tutto. È l’Amore che dona se stesso perché tutti possano avere la vita in abbondanza.

Carissimi amici,

questo “logo” vuole essere solo un simbolo di ciò che ho percepito in questo anno e mezzo che sono in mezzo a voi, come parroco di San Carlo. Ho visto una comunità accogliente, in cui chi vi entra si sente subito a casa, una comunità con una storia ricca di umanità e di carità, una famiglia che spezza il Pane dell’Eucaristia e della Carità, illuminando d’amore il territorio dove abitiamo.

Don Mario ha spezzato innumerevoli volte questo Pane per nutrirvi, fino a diventare se stesso Pane spezzato e consumato per i fratelli.

Dovete essere fieri della storia di questa parrocchia. Dovete essere fieri di questa chiesa così luminosa – di cui quest’anno celebriamo i trenta anni dalla sua consacrazione – costruita grazie all’impegno e ai sacrifici di tanti di voi.

In questa chiesa in trenta anni avete vissuto momenti diversi. Mi commuove pensare a quanto mondo sia passato di qui… Quante feste, ma anche quante notti interiori, quante attese e quante oasi di pace… Penso a quante lacrime e a quanti sorrisi; e poi i battesimi, le prime comunioni, le cresime, i matrimoni, le prime messe dei sacerdoti chiamati in questa comunità, i funerali…

Penso al giorno della consacrazione, il 22 febbraio del 1987, e poi alla visita, qualche mese dopo, di Giovanni Paolo II. E poi penso a quanto successo a don Mario il 24 novembre 1996 e poi a quando la chiesa stracolma lo ha riaccolto nel settembre dell’anno dopo. E poi penso al suo sorriso accogliente, quando vi veniva incontro a piedi e quando, sulla sedia a rotelle, vi attendeva presso la cappella della Madonna, dove si trova ora il suo corpo. E penso al giorno del suo funerale e al giorno in cui “è tornato”, pochi anni fa, in questa sua e vostra casa.

Penso a tutto questo passato che non ho vissuto, ma che ugualmente sento mio, grazie alla vita di questa comunità, ai vostri racconti, alle vostre confidenze e alle vostre testimonianze.

Quest’anno celebriamo i trenta anni della chiesa fatta di cemento e mattoni, ma ogni giorno celebriamo la chiesa fatta di persone. Ed io ringrazio Dio per questo. È questa la Comunità, opera della Divina Provvidenza, in cui chi entra viene invitato a credere, sperare e amare.

E ogni volta che ci ritroveremo “in cerchio” per la preghiera del Padre nostro, durante le Messe o in momento di preghiera in chiesa, vi auguro di poter fissare ogni tanto lo sguardo in alto.

E ritrovare così quest’Ostia spezzata, nella carità concreta che rifiuta le parole vuote – come ha insegnato don Mario – e permette alla luce del Cielo di entrare in ogni cuore, dentro e soprattutto fuori la nostra chiesa, tra le strade del nostro quartiere e dove la vita ci condurrà.

In comunione profonda con i miei fratelli don Simone, don Justin e i diaconi,

 

il vostro parroco,

don Paolo

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Il discorso della montagna di cui ascoltiamo alcuni brani in queste domeniche del tempo ordinario è una pagina di vangelo che ogni tanto vorremmo saltare. Oggi in particolare.

Le parole di Gesù sono forti, a partire dall’ultima esortazione a dire “Sì” o “No” con chiarezza, noi che spesso siamo abituati a giri di parole perché non siamo capaci di dire un No o di dire un Sì con ferma convinzione. In questo “referendum evangelico” il Signore ci pone alcune questioni, per mostrare che – nonostante lo accusassero del contrario – lui non è venuto ad abolire la Legge e i Dieci Comandamenti, ma a darne pieno compimento.

Ci parla di una “giustizia superiore” di quella di scribi e farisei. Ci dice che non basta essere perfetti esecutori di una Legge e delle regole, se non ci si mette il cuore. Se avesse potuto, Gesù avrebbe fatto l’esempio dei “robot” capaci di sostituire l’uomo nel “fare” le cose, ma che non potranno mai sostituire il suo “essere”.

E fa alcuni esempi: “Non uccidere”. Spero che tra noi non ci sia nessuno che abbia ucciso qualcun altro. A volte quando ci si confessa, si inizia dicendo proprio così: “Padre, non ho ucciso nessuno, non ho rubato, non ho quindi peccati…”

Gesù fa oltre. Non basta “non uccidere”. Occorre trattare il fratello come tale, non considerarlo un inferiore, uno stupido, un pazzo. Occorre non sentirsi sempre al centro dell’attenzione del mondo. Occorre amare.

La giustizia ha bisogno di una giustizia superiore che è l’amore. E l’amore è “ingiusto”. Perché se c’è un fratello che sbaglia non è giusto amarlo. Ma l’amore non è “giusto” secondo la logica umana.

Se un fratello ha peccato contro di te non è giusto che tu vada a riconciliarti con lui. Deve fare lui il primo passo. Ma l’amore non è “giusto” secondo la logica umana.

Non basta, nel matrimonio, non tradirsi. Dovrebbe essere scontato, naturale, se hai scelto un’unica donna o un unico uomo nella tua vita. Essere fedeli vuol dire andare oltre, sapere che l’altro è più importante di te sempre; vuol dire vivere per l’altro anche quando non se lo merita, quando ti annoia, quando commette sempre gli stessi errori. Non è giusto, ma l’amore non è “giusto” secondo la logica umana.

Addirittura il Signore ci invita a “mutilarci” piuttosto che peccare. È chiaro che non ci vuole monchi o zoppi, ma lo dice per metterci in guardia, per farci alzare il tono, per farci capire che c’è una giustizia superiore, che è l’Amore “ingiusto” secondo la logica umana.

E infine: non giurate. È una delle esortazioni del discorso della montagna entrate nel linguaggio comune (quante volte, soprattutto un tempo, da bambini, nel sentire qualcuno che diceva “lo giuro”, lo abbiamo forse ripreso, sottovoce, dicendo: “non si giura”…)

Gesù ci dice che chi vive nella verità e nella libertà dei figli di Dio non ha bisogno di giurare: la sua vita è già limpida. Al contrario chi deve appoggiarsi ad un giuramento lo fa in modo improprio, perché noi non abbiamo nessun potere, neanche sulla nostra vita, neanche su un nostro “capello”.

La “giustizia” vuole che una rom che ha appena partorito sia privata del figlio “per il bene del bambino”, ma a volte manca in chi prende questa decisione la giustizia superiore che guarda con amore le persone, prima che vedere il problema, che sappia cogliere le lacrime di una giovane mamma che non può che commuoversi verso il suo bambino.

La “giustizia” vuole che dopo la separazione un marito lasci la casa e i suoi figli, cercando ospitalità e lavoro con fatica, rischiando di trovare porte chiuse anche da parenti e amici. La “giustizia superiore”, che è l’amore “ingiusto”, va dalla parte anche di queste fragilità più o meno nascoste, non sindacando sugli sbagli passati.

Non è giusto, infine, che una giovane mamma si ammali di tumore ma, anche in questo caso, non si va avanti chiedendoci cosa sia giusto o sbagliato, se non dando una sovrabbondanza di amore ad una famiglia ferita e in attesa di una ritrovata speranza.

Non è giusto che il Figlio di Dio sia finito sulla croce, ma è grazie a questo Amore “ingiusto” che noi siamo salvi, per sempre.

Grazie Signore, non perché sei Giusto e Misericordioso, ma perché sei Misericordioso e Giusto. Aiutaci ad essere altrettanto.

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Abbiamo da poco lasciato i magi, i grandi camminatori alla ricerca della verità e di Dio, e in questa seconda domenica del Tempo ordinario la situazione è capovolta: è Dio che, in Gesù, si mette sulle strade degli uomini. Dio si fa ricerca. Da allora il nostro ricercare è “imparentato” con il suo. Sì, abbiamo un terreno in comune: ci muoviamo su strade destinate a incrociarsi. Il problema è quello del riconoscimento.
Riusciremo, anche quest’anno, a riconoscere Colui che ci viene incontro per rivelarci la passione di Dio per ogni creatura? Giovanni Battista lo ha riconosciuto e lo ha fatto riconoscere: “Ecco – ha detto – è lui”.
Proviamo ad immaginare la scena. Giovanni sta battezzando presso il Giordano mentre attorno a lui si raduna una folla di peccatori. Tra la folla c’è qualcuno che si fa avanti. Giovanni lo riconosce e ha un moto di stupore come quando si erano incontrate le loro due madri e lui aveva sobbalzato nel grembo di Elisabetta.
Certo, essendogli parente, Giovanni doveva già conoscere Gesù. Ma è diverso il riconoscere dal semplice conoscere.
Riconoscere vuol dire andare oltre i dati immediati e cogliere di una persona (al di là del nome, del volto, dell’origine, del ruolo) l’identità profonda, il segreto nascosto, il nome non ancora pronunciato.
Giovanni riconosce Gesù e pronuncia su di lui un nome nuovo. Lo chiama “Agnello di Dio”.
È come se, all’inizio di una storia, qualcuno ci dà un indizio su come andrà a finire, anche se tutto lo si capirà, appunto, alla fine. Quel Gesù che sta passando, che sta entrando nella storia e nella vita degli uomini, un giorno si farà agnello, immolandosi per noi.
Il discorso di Giovanni sembra voler rispondere a tre interrogativi: chi è Gesù? qual è la sua missione? Come svolgerà la sua missione?
Sul primo quesito, chi è Gesù, c’è una specie di progressione nelle parole di Giovanni.
“Vedete – dice Giovanni – qui c’è un uomo, quindi uno che è come tutti”. Nessuno l’avrebbe notato. “L’avete visto confuso tra voi, anche lui in attesa del battesimo. Ma quest’uomo è diverso da noi; è avanti perché era prima… È un uomo abitato dallo Spirito: io ho visto lo Spirito scendere come una colomba su di lui”. E quest’uomo è il Figlio di Dio.
Sì, perché Gesù lo si può conoscere, ammirare, celebrare come l’uomo che più di tutti ha conquistato il nostro cuore. Ma non è ancora fede.
La fede è potergli dire: “Tu, o Gesù, sei quel Dio che vado cercando. Sei tu che mi parli di Dio come nessun altro. Sei tu che mi riveli la vita di Dio, sei tu il volto di Dio. Per te io posso dire: Dio, mio padre; Dio, mio fratello; Dio, mio prossimo; Dio, mio amico…”.
Giovanni non si limita a riconoscere Gesù come Figlio di Dio, ma ne indica anche la missione.
Su questo punto le sue parole sono di una concisione estrema: “ecco colui che toglie il peccato del mondo”.
Che cosa avranno capito i suoi ascoltatori? Sicuramente più di quello che riusciamo a capire noi, almeno per quanto riguarda il senso del peccato. Là c’era gente che del peccato conosceva tutta la miseria e la vergogna. Noi invece apparteniamo a una cultura che del peccato ha perso perfino il concetto a tal punto che anche la parola appare del tutto irrilevante.
Aveva ragione Padre David Maria Turoldo quando diceva al Cardinale Schuster, arcivescovo di Milano, sconcertandolo non poco: “La mia ambizione è quella di fare dei peccatori”. E voleva dire: “quella di restituire agli uomini quel senso del peccato che hanno perduto”.
Chi di noi è abituato a terminare la giornata con un “esame di coscienza” come si usava una volta?
Chi di noi sente che il peccato ci domina, come un’energia oscura che lavora dentro di noi e ci chiude alle tensioni più alte e più belle della nostra vita?
E notate che, come Giovanni, non parliamo di peccati al plurale, ma del “peccato” come origine oscuro di tutti i peccati.
Possiamo dargli un nome? Sì, è l’incapacità di amare.
Tutto si riconduce a questa condizione di disamore: se trascuri la famiglia, se tradisci qualcuno, se ti attacchi alle cose, se non lavori come dovresti, se rubi, se non paghi le tasse… è perché sei povero o privo di amore. L’unico amore che conosci è per te stesso; o forse neanche questo, perché alla fine ti disprezzi.
Chi può togliere questo peccato dal mondo? Solo qualcuno che sia totalmente amore e capace di donare amore. Ecco perché a Gesù viene attribuita da Giovanni l’immagine dell’agnello.
L’agnello evoca l’offerta del sacrificio, poiché a Pasqua, presso gli ebrei, veniva sacrificato un agnello. Gesù – questo vuol dire Giovanni – verrà a vincere il nostro disamore con una vita che esprimerà tutta la bellezza, la tenerezza, il fascino del più puro amore. Verrà a servire, verrà a donarsi totalmente perché nasca anche nei nostri cuori almeno un germe di quella bontà che è totalmente Dono.
Questo ci dice Giovanni.
Anche noi siamo chiamati a esprimere questa confessione di fede su Gesù. È un cammino che durerà tutta la vita. Fino al termine della nostra vita, non avremo mai finito di “riconoscere” Gesù. Ma ci sostiene una certezza: mentre noi ci muoviamo alla ricerca del vero volto di Dio, anche il Signore si muove verso di noi.
Anche lui attende muovendosi. È il suo grande desiderio è di far sobbalzare di stupore il nostro cuore, forse proprio oggi, in questa domenica, come è avvenuto per Giovanni.
Oppure succederà quando ci capiterà di incontrare qualcuno che con semplicità e fortezza ci insegnerà ad amare. Ci sembrerà di vedere l’immagine stessa della bontà e ci troveremo a dire: “Ecco, sei tu, Signore. Ho visto e rendo testimonianza”.
Se dunque vogliamo arrivare puntuali all’incontro con il Signore e non deludere la sua attesa dobbiamo rimanere sempre attenti e vigilanti.
Che non accade che l’incontro svanisca nel triste epilogo così ben descritto e vissuto da Simone Weil: “Dio e l’umanità sono come due amanti che hanno sbagliato il luogo dell’appuntamento. Tutti e due arrivano in anticipo sull’ora fissata, ma in due luoghi diversi. E aspettano, aspettano, aspettano. Uno è in piedi, inchiodato sul posto per l’eternità dei tempi. L’altra è distratta e impaziente. Guai a lei se si stanca e se ne va!”

 

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