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Archive for the ‘don Paolo Ricciardi’ Category

Oggi il Vangelo ci ricorda che essere cristiani è un invito a nozze! E’ quindi una partecipazione ad un evento gioioso, una festa importante, come lo può essere il matrimonio del figlio di un re cui siamo indegnamente invitati.

Eppure capita, anche a noi, di declinare l’invito, di non accorgerci che la chiamata è per noi, di pensare di preferire a questo Matrimonio qualcos’altro.

E’ il dramma di essere cristiani ma, in realtà, di non esserlo, preferendo la più comoda logica del mondo.

Ma il Re non si ferma al rifiuto degli uomini, va oltre, invitando tutti coloro che sono ai crocicchi delle strade. E lo farà indicando il Figlio stesso, il nuovo Re, che ad un in-crocio di strade tra l’umanità e Dio prenderà il trono della croce e stenderà le braccia, perché ognuno possa sentirsi accolto, amato, salvato. Lui, rifiutato dagli uomini, accoglie i più umili, per inaugurare un Banchetto dove il povero è Re.

Se tante volte ho rifiutato il tuo invito, Signore, fa’ allora che io, pentito, ritorni ad essere povero, per riceverlo ancora e per avere la possibilità, ora, di dire di Sì e di essere accolto nella splendida Sala riempita di commensali. Che festa, Signore, vivere nel Tuo Amore!

E aiutami, entrando, a non dimenticare l’abito nuziale, l’abito dell’amore verso Te e verso il prossimo, il vestito che ci rende belli. 

Perché una persona senza l’amore è buia dentro. Le tenebre esterne, di cui parla il Vangelo, sono solo il riflesso della cecità interna del cuore.

Eccomi, Signore! Tu sei lo Sposo. Ed io, ospite indegno, mi ritrovo – con tutti gli altri invitati – ad essere la Chiesa tua sposa. Per le Nozze eterne.

 

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Nella storia con Dio c’è spazio per tutti. Per tutti c’è la possibilità di ricominciare, di riprendere il cammino, di convertirsi.

Il Suo sguardo d’amore si ferma su chi compie la Sua volontà, trasformando un “no, non ne ho voglia”, con un “Sì” carico di pentimento e di conversione. Perché con Dio non ci sono giustificazioni. Lui conosce e pesa – nel suo amore di Padre – le intenzioni del cuore. E sa che tanti “Sì, Signore” detti con le labbra non corrispondono all’azione. Oggi vogliamo ritrovarci come quel figlio svogliato, lontano, peccatore che davanti al silenzio del Padre dopo il suo “no” (non un richiamo, un rimprovero, una forzatura), rimette in gioco la sua vita e forse dice: perché “no”? E sperimenta il valore salvifico del pentimento.

Voglio lavorare nella tua vigna, Signore. Sì, ci riprovo, mi rimbocco le maniche. E quando raccoglierò quei grappoli, o pesterò l’uva, o spremerò quel succo, o farò qualsiasi altra cosa, mi sentirò ebbro della tua misericordia infinita, capace di cambiare il mio cuore con la pazienza di un Padre che ama, non di un padrone che punisce.

Aiutami, Signore… e forse già oggi, guardando tra i tralci, scorgerò di nuovo il tuo Volto, che mi invita a dire di nuovo “Sì”.

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Nel pluripremiato film “Schindler list” di Spielberg, sulla tragedia dell’olocausto, c’è un famoso dialogo tra il protagonista, Oskar Schindler e il terribile comandante nazista Goeth, sul tema del (vero) potere.
A Goeth che sostiene che il vero potere è quello di uccidere, Schindler risponde così:
“Gli uomini ci temono perché abbiamo il potere di uccidere arbitrariamente. Un uomo commette un reato… lo facciamo uccidere e ci sentiamo in pace…o lo uccidiamo noi stessi, ci sentiamo ancora meglio. Questo non è il potere però: questa è giustizia, è una cosa diversa dal potere. Il potere è quando abbiamo ogni giustificazione per uccidere e non lo facciamo… L’avevano gli imperatori questo. Un uomo ruba qualcosa, viene portato davanti all’imperatore e si lascia cadere per terra tremante, implora per avere pietà, è conscio che sta per andarsene. E l’imperatore lo perdona invece. Quell’uomo, immeritevole, lo lascia libero… Questo è il potere…”

La parabola di questa domenica vuole essere un commento alla richiesta del Padre nostro che dice: “rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, parole che pronunciamo forse più di una volta al giorno e che, senza accorgercene, sono un fortissimo impegno quotidiano: in quel come si gioca la nostra credibilità di cristiani. Dio ci perdona nella misura in cui noi siamo capaci di perdonare.
Eppure tutto questo ci sembra ingiusto, disumano. Quante volte abbiamo pensato o detto: “Io questa cosa non gliela perdono, né ora né mai”. Quante volte, davanti ad un’offesa piccola o grande, ci sentiamo – giustamente – in diritto di rivendicarci. Si pensi ad una delusione di un’amicizia, un tradimento coniugale, una truffa economica. Ancor più davanti ad una morte violenta di un parente, di un amico, di un connazionale. Come si fa perdonare? È vero, non ce la si fa…, eppure la storia dell’umanità e della fede ci dice che il “non perdono” ha portato sempre vendetta, distruzione, morte. Il perdono, invece, soprattutto lì dove umanamente non è stato facile per niente, ha aperto possibilità di nuova vita, di conversione, di un amore più grande.
Un caso “classico” è appunto il “tradimento coniugale”, non necessariamente fisico: la ferita umana è grande, enorme – anche se la “parte tradita” non è esente da responsabilità – ed è ora fin troppo “normale” chiudere il fatto con il ricorso all’avvocato e una separazione immediata.
Se invece che dall’avvocato si va da un sacerdote, o da una coppia di amici che ci vuole bene, si può riprendere un cammino, ritrovare uno spazio di apertura, esaminare ognuno la propria coscienza e, attraverso il perdono, salvare la coppia e la famiglia.
Perché l’unica misura del perdono è perdonare senza misura, come ha detto Gesù a Pietro: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette”. Cioè, sempre.
Ma perché farlo? La risposta è semplice e alta. Perché così fa Dio. E Gesù, come abbiamo sentito dal vangelo, lo spiega con la parabola dei due debitori.
Il primo doveva una cifra iperbolica al suo re, forse equivalente a 50 milioni di euro, “allora, prostrato a terra, lo supplicava”. E il re provò compassione. Sente come sua l’angoscia del servo, essa conta più dei suoi diritti, pesa più di diecimila talenti, allarga il cuore del re. C’è un modo regale di stare al mondo, un modo divino, e risiede nella larghezza di cuore: chi è più grande e più forte sa perdonare.
E in opposizione a questo cuore regale ecco il cuore servile: “appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni…”.
Appena uscito, non una settimana dopo, non un giorno dopo, non un’ora dopo.
Appena uscito, ancora immerso in una gioia insperata, appena liberato, appena restituito al futuro e alla famiglia, appena fatta l’esperienza di un cuore regale, prese per il collo il suo compagno e lo soffocava, dicendo: restituisci… “i miei cinque euro”. Lui, perdonato di milioni.
Il servo perdonato non agisce contro il diritto o la giustizia. È giusto ma spietato: è onesto e, al tempo stesso, cattivo.
Quanto è facile essere giusti e spietati, onesti e cattivi; perché non basta essere giusti per essere uomini, tanto meno per essere di Dio.
Giustizia e diritto da soli non bastano a fare nuovo il mondo
Anzi, l’estrema giustizia, “ridammi i miei cinque euro”, può contenere la massima offesa all’uomo: “lo prese per il collo e lo strangolava”.
Gesù propone di nuovo la logica del vangelo, illogica secondo il mondo: “non dovevi anche tu aver pietà di lui come io ho avuto pietà di te?” Perché avere pietà e perdonare? Per acquisire il cuore di Dio, immettere il suo divino disordine dentro l’equilibrio apparente del mondo.
Perché niente vale quanto una vita.
E allora occorre una dismisura, il perdono fino a settanta volte sette, un eccesso di amore. Occorre il perdono di cuore. È difficilissimo perdonare di cuore; comporta un atto di fede, non d’intelligenza, un atto di speranza, non di spontaneità. Tante volte ci viene detto: “Sì, io perdono, ma non posso dimenticare”. Anche questo è umano, ma Dio ti dice: “Va bene, non puoi dimenticare, ma sappi che la fiducia nell’altro non guarda più al passato. Vede il futuro”.
Così fa Dio con me: mi perdona non come colui che dimentica il mio passato, ma come colui che mi sospinge oltre. Dio perdona come un atleta che mi lancia in avanti, anche se sono un grande “peso”.
Mi perdona come atto di fede in me, cuore largo verso il mio futuro.

Ai telegiornali dell’11 novembre 2003 così parlò Margherita Coletta, la vedova di Giuseppe, uno dei carabinieri morti a Nasiriyah: “Troppo facile amare chi ci fa del bene, la vera sfida è riuscire a perdonare chi ci perseguita. Lo dice nostro Signore, ama il tuo nemico. Se adesso che mi hanno tolto Giuseppe io non ne fossi capace, tradirei anche lui e tutto ciò per cui è andato in Iraq”. Margherita non ha smentito negli anni quelle parole cristiane e così le conferma in un libro – intervista: “Lo diciamo tutti i giorni nel Padre nostro: rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. Lo stesso Gesù ci ha lasciato il comandamento di perdonare settanta volte sette, cioè sempre. Non vedo allora perché debba sembrare così eccezionale se un cristiano perdona chi gli ha fatto del male. Per un credente semmai dovrebbe essere strano il contrario”.
Il vangelo di Matteo ci dice che, dopo il perdono e la guarigione del paralitico, le folle, vedendo questo, furono prese da timore e resero gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini (cfr. Mt 9,8). Sì, Dio manifesta la sua onnipotenza soprattutto nella grazia del perdono. E questo potere lo ha dato anche a noi uomini.
Oggi dovremmo tornare a casa con un invito forte al dialogo. Prendi il coraggio dell’umiltà e prova a parlare con tuo marito, con tua moglie, con quel parente, con quell’amico… Il coraggio dell’umiltà di chi sa di non essere un santo, di chi sa che Dio gli ha condonato un debito milionario.
E allora questa domenica potrà essere per molti di noi una nuova rinascita.

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E’ la nostra tentazione ricorrente: mettere il nostro “io” al posto di Dio. Essere convinti che noi ragioniamo meglio di Lui, sappiamo come devono andare le cose, temendo sempre che Lui intralci i nostri piani con le croci.

Anche Pietro, che solo un attimo prima aveva risposto con coraggio ed entusiasmo: “Tu sei il Cristo!”, ora, appena sente parlare di sofferenza e di passione, si sente in diritto di prendere in disparte Gesù e di… rimproverarlo!

Noi pure facciamo così… Ma arriva il momento, quello della croce – e chi di noi non ne ha una? – in cui o ci mettiamo di nuovo dietro Lui, o moriamo.

Gesù non dice solo di prendere la croce e basta. Ma di seguirLo. Perché senza Dio, la Croce ci schiaccia; con Dio, essa ci redime e ci salva.

E allora, in questa prima domenica di settembre, anch’io mi rimetto di nuovo a seguirLo, a fissare lo sguardo non su di me e sulla mia croce, ma su di Lui. Il peso si alleggerisce, perché vedo che Gesù lo sostiene con me e per me.

Se ci fidiamo della logica del mondo, ci disperdiamo. Se ci “perdiamo” per il Signore, allora salviamo la nostra vita.

Grazie, Pietro… Ancora una volta ci hai rappresentato. Ti sei “beccato” un richiamo forte di Gesù, per aiutare tutti noi a capire la logica illogica della Croce. Che è la logica di una Vita che si aprirà – anche dopo le prove più tremende, anche dopo la morte – alla Gioia dell’Eternità.

 

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Nella tranquillità di una sosta a Cesarea di Filippo – una cittadina costruita solo una trentina di anni prima da Erode Filippo, figlio di Erode e dedicata a Cesare -, il “potere del mondo”, in questo lembo dell’impero romano, si scontra con il “potere di Dio”.

Gesù guarda i suoi discepoli, li interroga, chiede loro il pensiero della gente su di lui. Non è curiosità, ma attenzione del cuore verso quelle folle che cercavano segni, seguivano i profeti senza riuscire a fare un “salto” verso una fede maggiore. E, infatti, le risposte della gente si fermano a dei nomi, come a dei “ritorni”: Elia, Geremia, il Battista.

Ma Gesù non è il ritorno di qualcuno che è passato. La sua novità è qui, ora.

Il suo sguardo si posa adesso su ciascuno di noi, mentre ascoltiamo il Vangelo, o su di te che leggi queste righe attraverso lo schermo di un computer o di un telefono.

E la stessa domanda va oltre lo schermo, oltre un’apparente tranquillità, oltre le pagine di un Libro, anche di quello Sacro. Per entrare di nuovo in te, in me.

Tu, chi dici che io sia?

Signore, tu sei il mio Salvatore, tu sei Vita della mia vita. Tu sei Tutto in tutto.

Parole vere, che sgorgano dal profondo. E che sgorgano da Pietro. E questo ci consola tanto. Perché Pietro era convinto di tutto questo, eppure poi ha sbagliato, ha rinnegato, si è allontanato. Proprio come noi. Convinti, ma fragili. “Rocce” che si sgretolano se non siamo attaccati alla vera Roccia.

Ecco allora che questa domanda torna ancora nella nostra vita spesso e ancora oggi, per darci ogni volta un’altra possibilità. Ed ogni volta emergiamo dal nostro peccato, nel Desiderio di rimettere Gesù al centro di tutto. Il mio Tutto in tutto.

Gesù, aiutami a riconoscerti ancora. Forse da oggi potrà veramente cambiare la mia vita. So che mi basta volgere intorno lo sguardo. E ti vedrò in ogni mio fratello più piccolo: affamato, assetato, nudo, straniero, malato, carcerato.

Tu, chi dici che io sia?

Tu sei Colui che mi accoglie sempre. E che mi vieni incontro come Colui da accogliere.

Grazie.

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Siamo nella regione di Tiro e Sidone, quindi fuori dei confini di Israele. Eppure la fama del Maestro è giunta fino a qui, fino al cuore di una madre disperata perché ha una figlia “tormentata da un demonio”, espressione che sta a significare una grave malattia. La donna è pagana, non sa pregare il Dio d’Israele, ma riconosce in Gesù un salvatore potente. Nella sua disperazione si aggrappa a Lui, certa di non rimanere delusa, diventando immagine di tante persone, in particolare di tante mamme, che gridano a Dio per la salute e la salvezza di un figlio.

Gesù sembra restare indifferente a questo grido. Non le rivolge la parola, tanto che i discepoli stessi intervengono perché Gesù potesse esaudire la donna. Quel silenzio di Gesù in realtà non voleva essere freddezza, insensibilità, ma serviva proprio per stimolare la reazione dei discepoli, probabilmente in difficoltà davanti alla donna, perché era una pagana. Allo stesso modo il silenzio di Dio, in tante situazioni di oggi, a volte è tale perché si alzi la voce dell’uomo. Spesso infatti aspettiamo da Dio cose che possiamo dare noi uomini, come suoi strumenti. Dio non è mai indifferente alla sofferenza e per lui nessuno è straniero. In ogni angolo della terra noi cristiani dovremmo essere il Suo Sguardo, la Sua Mano, il Suo Sostegno. E quante volte non lo siamo.

Il cuore di Gesù già commosso per il dolore di quella donna, si commuove ancor più per la sua fede. Si accontenta di poco, anche di una briciola.

I discepoli avrebbero dovuto ricordare che erano avanzate dodici ceste dei pani offerti dal Signore per cinquemila uomini. Per chi poteva essere tutto quel pane – anche una sola briciola – se non per la vita del mondo?

Siamo noi, ora, Signore, a domandarti una briciola della tua misericordia. E le tue briciole sono sempre grandi. Una “briciola” è l’Ostia che mi doni in questa domenica – rispetto alla tua grandezza – ma so che quella briciola sei Tu, totalmente per me.

Una briciola è il Vangelo di oggi, rispetto a tutte le parole della Bibbia e della creazione, ma è tutta per me, in questa domenica. E mi basta per vivere per sempre.

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L’evento della Trasfigurazione sull’alto monte – anche solo di 600 metri – è una tappa obbligata, grazie a Dio, anche per tutti noi.

Allora proviamo anche noi a salire con i tre scelti da Gesù: Pietro, Giacomo e Giovanni. Essi ancora non sanno cosa la vita riserverà loro, cosa significherà seguire il Signore sino alla fine. Ma avranno, costante, la memoria di quella salita sul Tabor, quando nella notte, loro soli, improvvisamente, mentre Gesù pregava, lo videro risplendente di una Luce finora sconosciuta ai loro occhi. Cosa avranno provato in quel momento? Stupore, timore, incomprensione, gioia, meraviglia…

Gesù si illumina di Immenso e chiama accanto a sé Mosè ed Elia, anch’essi famosi per via del fuoco. Il primo, già anziano, era stato attratto dal fuoco del roveto ardente e aveva da lì iniziato una nuova vita in Dio. l’altro, al termine della sua vita, viene rapito in cielo su un carro di fuoco. Chissà, forse anche loro due si saranno commossi profondamente a quell’incontro. Mi piace pensare di vedere negli occhi di Mosè il roveto ardente; negli occhi di Elia il fuoco che lo porta in cielo. Entrambi, poi, avevano dimestichezza con i monti: l’Oreb, il Sinai, il Carmelo.

Mancava loro il Tabor.

I discepoli, invece, non conoscevano i monti.

Gesù aveva chiamato i discepoli scendendo al loro livello, quello del Mare di Tiberiade. Ora li fa salire al suo livello. Dio sembra preferire i monti al mare. Il mare nel vangelo appare spesso nemico, in tempesta o infruttuoso, improvvisamente privo di pesci. Il monte è invece sempre luogo di incontri, di discorsi profondi, di desiderio di Cielo.

I pescatori, abituati al mare, ora salgono il monte… Ora vedono quella luce. Loro tre scorgono altri tre che parlano, senza comprendere di cosa. E noi sappiamo che parlavano della passione.

Ma, soprattutto, sono affascinati da quella Luce. Illuminarsi, trasfigurare, è proprio di chi ama.

Gesù, la nostra vita, arde d’amore e si illumina. E ci illumina.

Pietro, che solo una settimana prima aveva professato la sua fede nel Cristo, Figlio del Dio vivente, si fa di nuovo portavoce degli altri: “è bello per noi essere qui! Facciamo tre tende!”. Ma Pietro non sa che non è ancora il tempo per fermarsi. Ecco allora la nube dello Spirito, la voce del Padre e l’invito, eco del giorno del battesimo al Giordano: “Questi è il mio Figlio, il prediletto: Ascoltatelo”. E poi… di nuovo, tutto come prima. Niente più quella Luce, non c’è Mosè, non c’è Elia. Va via la nube, non si sente una voce. Gesù solo con loro.  Un giorno i tre avranno capito che questa era stata la più grande Grazia: avere Gesù solo con loro.

Il mistero della Trasfigurazione è per i discepoli una preparazione al mistero della “Sfigurazione”. Gesù che sale il Tabor salirà un giorno, non molto lontano, il Calvario. Accanto a Lui non saranno più Mosè ed Elia, ma due ladroni. Non ci sarà più la Luce, ma il buio. Non più la Voce del Padre, ma il Suo silenzio.

Allora sarà veramente Amore consumato per il bene dell’umanità.

I discepoli avrebbero dovuto scorgere dietro la Croce la Luce dell’Amore. Ma, quando arriverà il momento della croce, non capiranno ancora.

Dei tre ne rimarrà uno solo, Giovanni.

Avranno tutti bisogno di una nuova Luce, di una nuova Alba, del nuovo Giorno della Resurrezione. E allora comprenderanno tutto, anche se ancora poco a poco.

E noi? A volte ci capita di vivere momenti di Tabor… Quando, ad esempio, sperimentiamo un tempo di deserto, di preghiera, di ritiro. Ci capita, sì, di stare sul monte, di contemplare la Luce, di ascoltare la Voce. E diciamo – o pensiamo –: “è bello essere qui”.

Ma il più delle volte siamo chiamati a scendere dal monte, ad essere a terra, a scontrarci con le difficoltà e il buio della vita di ogni giorno. Un buio fuori e spesso dentro di noi.

Ed è lì che siamo chiamati al salto nella fede: vedere il Trasfigurato nello Sfigurato, ossia trasfigurare la nostra realtà, osservare bene, con gli occhi di Dio, la Luce che c’è sempre. Forse nascosta, offuscata, ma c’è. Anche nel dolore più assurdo e impensato. E questa Luce ha un nome: la Sua Parola. Ascoltatelo! Dice il Card. Martini:

“Ascoltatelo significa “imitatelo”, fate come ha fatto lui, prendete a modello la sua esistenza storica; non semplicemente “il Signore, il Signore”, ma questo Gesù delle beatitudini, del perdono, della povertà, dell’umiliazione, della mitezza”.

L’ascolto ci invita alla carità. L’ascolto ci invita a scendere dal Monte per servire l’uomo sulla terra. Pietro non deve rimanere lì, anche se è bello. Deve scendere. E noi con lui, lì dove non vediamo più la luce, anzi, dove a volte ci sembra di essere immersi nell’oscurità. Ma è lì, anzi qui, in questa vita quotidiana, che noi possiamo trasfigurare la realtà, guardandola non con la luce dei nostri occhi, ma sotto la luce di Dio. E se non ci è possibile vederla, questa Luce, potremmo – nell’ascolto di Gesù – almeno intra-vederla.

Sì, questa Luce l’intra-vediamo negli occhi di un malato grave, ma forte nella fede. La intra-vediamo in tante persone impegnate per il bene degli altri, senza voler ottenere nulla in cambio. La intra-vediamo nelle comunità dove si respira la bellezza di credere in Gesù.

La intra-vediamo ogni volta che, pur nelle nostre mani di peccatori, il Signore sceglie di essere preso da noi nel Pane dell’Eucarestia.

La intra-vediamo quando il buio del peccato fugge davanti al Sole della Grazia.

La intra-vediamo ora, certi che un giorno vedremo Dio in tutta la Sua Luce, in tutta la Sua Gloria, in tutto il Suo Amore. E allora potremo finalmente dire: è bello per noi essere qui.

E Lui ci dirà: saremo qui per sempre.

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